“Un nuovo compito educativo: litigare, ma bene, con gli adolescenti” di Daniele Novara

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“Un nuovo compito educativo: litigare, ma bene, con gli adolescenti” di Daniele Novara

madre figlia litigio

In questo periodo più che in altri, capita che si accendano scontri tra i vari membri della famiglia, costretti alla convivenza forzata che ci costringe alla condivisione totale di tempo e spazio.

Litigare è normale, litigare è importante, ma ancora più importante è imparare a farlo bene.

Condividiamo l’editoriale del Dott. Daniele Novara, Direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti che ci racconta l’importanza dei conflitti tra genitori e figli adolescenti.


“L’adolescenza arriva sempre. Per antonomasia è l’età della creazione: non per altro se ne parla come di una seconda nascita, in cui si sviluppano e realizzano nuove e preponderanti caratteristiche fisiche e mentali, e si aprono spazi interiori ed esteriori su cui misurare se stessi e le proprie competenze. È un momento prezioso, in cui s’inizia a scrivere, o riscrivere, la propria storia. La generatività è una delle risorse meravigliose della pubertà: intesa come capacità di dare la vita a un altro essere vivente per doti riproduttive; ma anche come capacità di far nascere l’amore, quello travolgente, insieme all’entusiasmo del creare, attraverso ogni forma d’arte anche se coltivata agli stadi embrionali. C’è un desiderio enorme di sprigionare energia e unicità; c’è una forza che dentro il corpo non resiste e vuole a tutti i costi trovare una sua forma; c’è uno slancio che parte su gambe incerte e si snoda attraverso l’incontro con le altre vite che incrocia sul suo cammino.

Un tempo l’età adulta era considerata l’età della maturità, della responsabilità come piena realizzazione di sé. La famiglia tradizionale e la professione stabile incarnavano l’apice di una visione della vita – suddivisa in cicli e tappe ben definiti con passaggi quasi scontati – scandita da fasi, demarcazioni, ruoli e compiti evolutivi, momenti di crisi prevedibili. Oggi i paradigmi interpretativi della vita adulta si sono modificati. In un clima dove prevalgono gli imprevisti, i fuori programma, il senso di precarietà, d’incertezza e la possibilità di un cambiamento continuo, non è possibile pensare all’adolescenza a partire da un quadro sociale che non esiste più: il controllo, la stabilità e la sicurezza hanno lasciato il posto alla ricerca di nuovi equilibri individuali, a livello personale e professionale.

Resta però il bisogno imprescindibile per l’adolescente di avere un genitore resistente: non rigido e intransigente, ma una figura educativa in grado di negoziare le regole, presidiarle e porre argini all’ormai superata onnipotenza infantile. Una sponda educativa: ecco perché definisco l’adolescenza il tempo del padre. Oggi abbiamo adolescenti da un lato socialmente competenti perché cresciuti nell’era del padre affettivo, orientato più alla relazione che al comando, ma dall’altro affettivamente immaturi, proprio perché poco abituati a vivere la colpa e la paura come stimoli per intercettare limiti e ostacoli.

Come CPP stiamo conducendo diverse ricerche su una caratteristica determinante nella personalità umana, la cui rilevanza emerge anche negli adolescenti dei nostri giorni: la carenza conflittuale, intesa come incapacità di tollerare i conflitti. Personalità carenti, perché inadeguate a sopportare la frustrazione e la contrarietà relazionale, interpretate come minacce. In adolescenza le conseguenze della carenza conflittuale determinano crisi comportamentali che, sempre più spesso, sono associate all’incapacità di reggere i confronti evolutivi e alla “fragilità” adolescenziale.

La famiglia, che ha cambiato radicalmente il proprio profilo sociale ed educativo per una trasformazione socio- economica culturale generale, ha favorito il rafforzarsi negli adolescenti di un imprinting prevalentemente accuditivo, sottovalutando il codice affettivo paterno della regola e del limite. Ma un padre testimone e risorsa, che orienta la propria crescita personale sulle esperienze e sulle tracce dei passi fatti insieme al figlio, che mantiene un patto implicito di riferimento e sostegno interiore, è fondamentale per l’adolescente. Nel passaggio a una fase sociale che li mette alla prova e chiede loro di rivelarsi, di mostrare competenze e personalità, ragazzi e ragazze hanno bisogno di aver ricevuto gli strumenti necessari per combattere le proprie insicurezze e gli ostacoli che bloccano la loro crescita. Altrimenti proveranno vergogna, si sentiranno inadeguati e risulteranno fragili.

Come genitori e come comunità educante, ma più in generale come adulti competenti e appassionati, siamo alla ricerca di strumenti che ci consentano di so-stare nel conflitto con l’adolescente, che ha questa capacità intrinseca di rendersi artista dell’immagine e della tecnologia, ma che va aiutato a capirsi e convinto a fidarsi.

Oggi l’approccio all’adolescenza è più intimo e non può prescindere, per cultura e predisposizioni generazionali, da una forte ricerca di senso, partendo dalla realtà che si manifesta come turbolenza interiore.

Il conflitto con l’adolescente spesso ci parla di noi, di quello che siamo e di quello che siamo stati ed è una misura dello stato e della profondità della relazione con lui: è una risorsa per scoprire cosa ci sta dicendo e per riorganizzare il nostro atteggiamento nei suoi confronti.

L’azione, perché sia realmente educativa, non deve poggiare su un modello del passato, né per simmetria né per asimmetria: deve parlare a una realtà e deve legarsi indissolubilmente alla regolamentazione, pur restando pronti, come adulti, a negoziare continuamente un interesse comune, stando nel loro cambiamento, fatto anche di sbalzi neuronali reali che dobbiamo leggere e interpretare.

Attraverso questo conflitto evolutivo, gli adolescenti ci chiedono di essere fermi e risoluti: non per tornare autoritari e dispotici, come il modello educativo ottocentesco ci aveva abituato anche attraverso la figura del padre-padrone, ma perché responsabili e maturi. Ecco perché come pedagogista mi piace puntare sulla figura del padre: un padre educativo, presente e interdipendente, capace di essere volano di crescita e apprendimento.”